lunedì 4 febbraio 2008

Il dramma di un uomo

Non credo che ci sia alcun commento da fare... il mittente dà molto il senso di disperazione per la perdita di tutto quello che aveva... i suoi bambini, sua moglie, la sua dignità.

Una lettera anonima da Nairobi
The Nation


"Scrivere questa lettera sarà la mia ultima azione mortale su questa terra. Ho deciso, per due ragioni, di raccogliere gli indirizzi mail delle persone preminenti che conosco e dei miei amici e mandarla da un indirizzo anonimo. La prima è risparmiar loro lo sconforto di sapere anticipatamente quel che mi accingo a fare e quindi sottrarli ad ogni colpevolezza. E in secondo luogo perché la mia identità ora come in futuro è irrilevante- potrei essere qualsiasi persona sparsa per il paese che prova ciò che provo io.Come potrete intuire dalla mia scrittura, sono un uomo colto. Sono laureato alle università di Nairobi e di Strathmore. Ho avuto il privilegio di ricevere un’istruzione in varie parti del mondo.Ho lavorato a Berlino, Stoccolma, Londra, New York e in vari altri posti. Parlo correntemente sei lingue. Ma pur con tutto quel che ho raggiunto, non ho più una ragione per vivere. Se leggendo queste parole vorrete cercarmi, andate al obitorio cittadino dove ho deciso di marcire in mezzo alla gente anonima che finisce lì. Vi spiegherò il perché con questa lettera e, come Pavlov, mi ritirerò. Questa sarà la mia unica protesta.Mr Kibaki, io la incrimino.Lei ha rubato le elezioni alle quali partecipare mi è costato sei ore di fila. Grazie alle sue azioni, la mia vita è cambiata irrevocabilmente. La storia non dimenticherà i grandi obiettivi e l’eredità che lei sarebbe stato chiamato ad onorare, e ricorderà che a causa della sua arroganza di credersi nel giusto, molte persone hanno perso la vita, la proprietà, e più di ogni altra cosa, la speranza.In nome del sangue del mio popolo, io la incrimino.Mr Odinga, presidente da me prescelto, in nome del sangue e delle lacrime del mio popolo, io la incrimino. A causa della sua amarezza, per quanto giustificata, la mia vita cambia irrevocabilmente. La cosa maggiore che ho acquisito, la mia famiglia, è morta in nome suo. Mio figlio, il mio erede, colui che porta il nome dei miei antenati, è andato in fumo prima che potesse pronunciare il mio nome o il suo: Koitalet.Le mie gemelle, Wanjiru e Sanaipei, furono trovate presso la mia casa bruciata ad Eldoret ferite e dissanguate. Mia moglie è morta con dentro di lei il seme di sei uomini, in uno stato finale di demenza e catatonia. Questo è successo in nome suo, signore. Perché lei deve ottenere la sua giustizia. Perché mia moglie apparteneva alla comunità sbagliata. Perché lei deve ottenere ciò che le spetta.Lei questo lo leggerà e non proverà nulla. Lo razionalizzerà come accettabili danni collaterali. A qualcuno tocca pur di morire per il conseguimento della giustizia, non è cosi?Keniani, in nome del sangue dei miei figli, vi incrimino tutti. Avete perso il controllo.Avete dimenticato che la nostra appartenenza etnica è qualcosa di cui abbiamo sempre scherzato mentre sbrigavamo le nostre faccende.Avete dimenticato che non era nostra abitudine combattere, ma mediare. Avete dimenticato che siamo un grande popolo costruito sulla schiena di grandi persone. Avete dimenticato che si tratta soltanto di elezioni. In nome del sangue dei miei figli, delle lacrime di mia moglie morta, delle lacrime delle vostre madri, delle lacrime che intridono le lenzuola di coloro che dormono nella pioggia, io vi incrimino".


PATRIOTANairobi

sabato 29 dicembre 2007

Meglio un figlio morto che frocio


Loredana, trans di sedicianni, si uccide con il suo foulard preferito, quello che aveva indossato tante volte, nella sua camera della Comunità di Palma di Montechiaro in provincia di Agrigento, dove era stata inviata dai servizi sociali di Catania dopo essere stata allontanata dalla sua famiglia per le violenze fisiche e psicologiche subite negli ultimi tempi. Una ragazza che ha avuto la sfortuna di nascere in un corpo di ragazzo che mai aveva accettato e che non sentiva suo. Una ragazza che ha anche avuto la sfortuna di nascere in un’isola che nasconde la sua arretratezza culturale dietro alla bellezza della sua terra, ma che viene palesata invece nella carenza di servizi di supporto per coloro che vivono il disagio di una vita difficile. Una terra che preferisce avere un figlio morto piuttosto che “frocio”perché le vergogne vanno nascoste; non bisogna dare scandalo. Loredana si è scontrata con l’indifferenza, la derisione e il pregiudizio invece di trovare comprensione ed aiuto. In Sicilia è difficile fare tutto: non esistono centri di ascolto per chi si affaccia al mondo omosessuale; non esistono luoghi di riferimento per le donne maltrattate (solo pochi centri per aiutare le tante donne in difficoltà); non esistono spazi vitali di crescita, confronto e relazione. Mancano i progetti, le iniziative e se ci sono non ottengono il giusto supporto. Pensare ad un telefono omosessuale come uno spazio di aiuto sembra solo un sogno utopico di alcuni che non trova la volontà per la sua realizzazione. Non dimentichiamoci che la Sicilia è una terra dove la cultura e la morale cattolica sono ben radicate e dove dovrebbe essere ben radicata la compassione che Gesù ha lasciato come sua principale eredità ma di questa compassione non è che se ne vede tanta, anzi: per chi si palesa al proprio parroco molto spesso si ritrova le porte sbattute in faccia. Loredana per la Chiesa è solo un travestito, un depravato, un invertito, un malato, che va convertito dal suo peccato. Per molti genitori essere gay, lesbiche, transessuali è una vergogna, un disonore: mostrarsi significa profanare la sacralità del silenzio, primo comandamento dell’omertà. Non ci sono diritti per gli omosessuali, siamo cittadini di serie C, serviamo solo a pagare le tasse o come bagaglio di voti da sfruttare da questo o da quell’altro partito. La morte di Loredana non deve essere sprecata: dobbiamo tenerla nella nostra memoria affinché sia un imput per chiedere con più forza i nostri diritti, ancora oggi negatici, di cittadini liberi e laici.

giovedì 20 dicembre 2007

Uccisi in Nome di Dio

Makwan Moloudzadeh, ventuno anni, è stato eseguito: Ucciso, all’insaputa di tutti, del suo legale e della sua famiglia. Condannato a morte per il reato di sodomia, commesso una sola volta quando aveva tredici anni, la sua pena era stata sospesa, almeno così aveva comunicato il ministro della Giustizia iraniano, l'Ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi, manifestando l'intenzione di concedere la grazia. Infatti, la pressione creata dall’intervento di protesta di tanti uomini e donne, che nei mesi scorsi hanno fatto sentire la loro voce alle ambasciate Iraniane e ai Consolati sparsi in tutto il mondo tramite le varie associazioni che si erano mobilitate in difesa dei diritti di Makwan, aveva generato un piccolo frutto di civiltà in uno Stato che nemmeno riconosce l’esistenza degli omosessuali. Tra l’altro il tribunale era giunto alla condanna tramite un giudizio basato su delle testimonianze che in seguito erano state ritirate e tramite la confessione ottenuta sottoponendo il prigioniero a sevizie e torture. Il giudice, esercitando una sua facoltà, cioè l’affermazione di una convinzione personale che non richiede prove (elm-e qazi), si è detto certo che tra i due c’è stata penetrazione. Da qui la sentenza di morte. In Iran, la pratica più eseguita nei confronti di chi manifesta il proprio diverso orientamento sessuale è la pena di morte. Sembra, infatti, che dal 1979, anno della salita al potere, con la Rivoluzione islamica, dell'ayatollah Ruhollāh Mosavi Khomeini-Khomayni, massimo esponente religioso della comunità sciita, sono stati “ammazzate” circa 10.000 persone per atti di sodomia. DIECIMILA, lo vogliamo ripetere. Sono diecimila tra uomini e donne che sono stati impiccati o lapidati in nome di una legge divina inconcepibile. Si può essere uccisi solo perché omosessuali, per eseguire un imperativo morale, culturale o religioso? Di fronte a queste notizie non sono necessarie tante parole. Nel cuore di ognuno può esserci un angolo di memoria per chi è morto ingiustamente e forse un po’ di commozione.

martedì 20 novembre 2007

24 novembre: Insieme contro la violenza


Ne abbiamo parlato un po’ di tempo fa e continuiamo a parlarne ancora adesso: Le donne continuano ad essere maltrattate, picchiate, violentate, uccise. Rappresentano il sesso debole della comunità perché fisicamente non hanno la forza di un uomo; sono coloro che per anni, decenni, secoli sono state sottomesse all’uomo trattate come esseri inferiori, non capaci di elaborare un pensiero, un concetto, ma solo buone a fare figli, cucinare e gratificare gli istinti maschili.
Il 24 novembre però queste donne torneranno a manifestare, tutte insieme, donne lesbiche o eterosessuali, madri e figlie, occupate e disoccupate, come hanno fatto all’inizio degli anni settanta.
Alzeranno la testa e grideranno il loro “basta” alle continue violenze che non sono le singole devianze di pochi. Le bambine sono molestate, le ragazze violentate, le mogli picchiate eppure si evidenziano i singoli casi e non una tendenza che aumenta, giorno dopo giorno, eppure sembra solo un problema di ordine pubblico, di presenza di rumeni nel nostro Stato o di sicurezza delle città: è forse un ritorno all’incivile supremazia dell’uomo sulla donna? E non dimentichiamoci delle violenze subite dalle donne lesbiche per l’affermazione dell’eterosessualità come modello unico da seguire, dove l’uomo si sente il dovere di far passar un orribile momento alla malcapitata di turno per “convertirla” al sesso eterologo incurante del “no” urlato con straziante disperazione. Il 24 novembre, alle ore 14:00, si riuniranno in Piazza della Repubblica a Roma, ed insieme sfileranno per le vie centrali della città. Chiunque può unirsi a loro: si può partecipare singolarmente o tramite associazioni femminili, ma è necessaria la presenza di tante. Per avere maggiori informazioni a riguardo basta collegarsi al sito www.controviolenzadonne.org. C’è l’impegno di chi non vuol più subire in silenzio ma che vuole avere determinate garanzie per essere tutelate di fronte alla crescente violenza che sembra non placarsi. Nell’ultimi cinquanta anni la consapevolezza delle donne è cresciuta; donne che si sono laureate, e che hanno superato l’uomo laureato in numero e in qualità; donne che ricoprono cariche che erano ad appannaggio esclusivo dell’uomo. Oggi è giunto il momento di difendersi dall’aggressione dell’uomo che forse si sente usurpato.

mercoledì 7 novembre 2007

Rapporti difficili

C’è chi in famiglia, anche se lesbica dichiarata, vive un ottimo rapporto con i genitori; c’è chi lo vive con qualche difficoltà; invece c’è chi manifesta il disagio di un rapporto difficile. Chiamiamo F. una ragazza che così racconta: “Ho un rapporto pessimo con i miei genitori. Da quando sanno di me dicono cose orribili, che faccio loro schifo, che odiano la mia ragazza, che le augurano di morire, che non accetteranno mai nulla di tutto questo. Offese all'ordine del giorno. La serenità è inesistente da più di un anno ormai. All'inizio mi impedivano di vederla, ora ci hanno rinunciato ma mi rendono la vita impossibile. Scaricano su di me le loro tensioni e frustrazioni e mi danno la colpa della loro infelicità. Volevo sapere se è normale tutto questo”? Tante sono le storie di rapporti genitori - figlie lesbiche che vivono giornalmente lo scontro invece che la serenità. Genitori che tentano, con sotterfugi o con prepotenza, di impedire che le proprie figlie possano vivere le loro storie perché esulano dai sogni e dalle aspettative che avevano in loro posto. Preferiscono insultarla, denigrarla (“meglio incinta di un uomo sposato che lesbica” così le hanno detto), renderle la vita quotidiana impossibile invece che cercare di comprendere ciò che la loro figlia, amata fino al giorno prima, gli ha fatto conoscere. Eppure sanno qualcosa di lei che prima non sapevano o non volevano capire. Certamente, per ogni genitore, è difficile capire ciò che hanno giornalmente sotto gli occhi; la vedono crescere, con il tempo cambia i modi di essere e di porsi, ed ogni minimo atteggiamento, che può essere chiarificatore per tanti, per loro è solo la manifestazione della personalità della propria figlia. Ma perché dare la colpa delle loro infelicità? Magari sarebbe meglio che si evitasse di creare aspettative più grandi di quanto una figlia possa portare sulle proprie spalle; magari si potrebbe sperare che ogni figlia venga considerata un essere umano imperfetto come lo sono tutti, compresi i genitori, e che, come tale, possa decidere autonomamente ciò che vuole della propria vita basandosi solo ed esclusivamente sulla propria scala di valori formatasi con la propria esperienza e dagli insegnamenti ricevuti. Magari… ce ne sono tanti. C’è però il sogno di ogni figlia lesbica che, al momento del proprio comingout con la famiglia, si possa provare tutti insieme a confrontarsi con la nuova realtà, capire che in fin dei conti è sempre la stessa figlia e cominciare un nuovo rapporto, più aperto; ma scopriamo che non sempre è così. Tante volte si rende necessario l’allontanamento, la separazione. Speriamo che così non sia per F.. In bocca al lupo.
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